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Concludiamo la nostra breve rassegna dedicata al disaster recovery con un ultimo articolo, sempre spinto da ciò che è successo oltreoceano alla rete di data center con l’arrivo dell’uragano Sandy. Avevamo analizzato  su Sandy col primo articolo, e sui “pilastri” del disaster recovery insieme al CTO di Mariano Cunietti nel secondo. Nel terzo ed ultimo capitolo abbiamo deciso di contattare alcuni esperti per capire cosa succederebbe se un evento disastroso di questo genere arrivasse in Italia, e le differenze tra lo scenario italiano (europeo) e quello statunitense. Ciò che ne è emerso è che in Italia non ci si attende un’eventualità del genere, e che se si esce dal contesto delle grandi aziende, la salvaguardia da disastri di queste proporzioni è difficile da mettere in piedi per le PMI, a causa dei costi elevati da sostenere in proporzione alla possibilità del verificarsi dell’evento. L’articolo si conclude con un’intervista al marketing manager di Aruba Stefano Sordi.

Il primo a intervenire è stato – specializzato in server e storage ed attualmente blogger di Juku e CEO di Cinetica Srl – che interpellato sullo scenario italiano di DR e su come si svolga la replica dei sistemi di storage ha risposto via mail:

“L’argomento è complesso per poter farsi un’idea chiara di cosa sarebbe potuto succedere in Italia, ma proverò a darti il mio pensiero in poche righe. Il DR in Italia non è un problema che riguarda le infrastrutture tecnologiche, o almeno non principalmente. La maggior parte delle aziende italiane sono piccole, con budget risicati e una cultura IT molto limitata: questo è il vero problema. Ti faccio un esempio: dopo il terremoto in Emilia abbiamo avuto diverse richieste per progetti di DR ma, la maggior parte, stanno finendo in nulla perché nel frattempo ci sono “urgenze più urgenti” da gestire!

Molte aziende non hanno un piano di DR e quindi ancora meno hanno un piano di Business Continuity. La maggior parte delle aziende fa dei backup di dubbia consistenza che poi mantiene nello stesso sito in cui ha l’infrastruttura da proteggere. Quelli che rileggono e copiano questi dati su un sito remoto sono un’esigua minoranza. Se andiamo poi ad analizzare le possibilità di replica dei dati, non esistono particolari limiti tecnologici: se non si ha banda a disposizione esistono ottime soluzioni di WAN acceleration/optimization, spesso supportate direttamente dai fornitori delle soluzioni storage, che permettono di ottimizzare protocolli come iSCSI anche di 7/10 volte. Anche qui comunque non è quasi mai un limite tecnico ma di budget e di processi. Ovviamente i costi sono sempre in funzione di RTO e RPO che si vogliono ottenere ma sono poche le aziende che hanno bisogno di ripartire a tempo 0 senza perdere nessuna transazione. Il vero costo del DR/BC infatti non è mai da ricercare (solo) nel costo di acquisto dell’infrastruttura ma in tutto quello che è necessario per mantenere e testare continuamente il piano di DR.”

Esistono molteplici strumenti infatti per assicurare una buona pratica di disaster recovery, tutti forniti dai provider di infrastrutture italiani, e tra questi anche il cloud computing gioca un ruolo fondamentale. L’apparato debole delle PMI italiane non è preparato ad usufruirne grossomodo per colpa dei costi troppo elevati da sostenere, il che fa pensare che quando c’è stato il terremoto dell’Emilia o dell’Aquila molte dipartite da parte delle aziende siano state causate da mancate cautele per salvaguardare quantomeno i dati aziendali, se non la business continuity.

L’interno del nuovo data center di Seeweb a Milano Caldera

, data center manager a Seeweb e responsabile del data center della compagnia di Milano Caldera, è scettico sul verificarsi di un evento di proporzioni di quello di Sandy in Italia e pone anche lui il problema come un bilanciamento tra costi ed esigenze dell’azienda:

“Si possono fare piani complicati quanto si vuole per progettare contromisure contro ogni genere di evento, ma nella pratica occorre trovare il giusto bilancio tra quanto costa la ridondanza e quanta i clienti desiderano effettivamente averne (cioè quanto vogliono spendere). Oltre un certo punto, in genere è economicamente più conveniente progettare la ridondanza del proprio servizio a un livello più alto del singolo server o data center. Da parte nostra possiamo fornire servizi in due data center completamente indipendenti e in regioni diverse, e infatti abbiamo clienti che sfruttano questa possibilità con infrastrutture che permettono di indirizzare i clienti verso un datacenter o l’altro”.

 Sull’argomento CloudTalk ha infine intervistato , marketing manager di Aruba, che ha fornito considerazioni in merito a ciò che offre Aruba ai suoi clienti come provider IaaS, e su come vede il Disaster Recovery in Italia.

Lorenzo: Ciao Stefano, ci puoi dire come vedi la possibilità del verificarsi di un evento come quello di Sandy nel territorio italiano e quali potrebbero essere le conseguenze?

Stefano: Beh, comincerei innanzitutto ad affrontare il problema da “geologo” e non da esperto dello scenario IT, perché le differenze sia climatiche che geografiche tra Europa e USA sono sensibili e importanti per rispondere alla domanda. Non credo che l’Italia reagirebbe molto diversamente da come abbiamo visto nella costa est degli USA, ma forse la natura geografica dell’Europa è un po’ migliore per affrontare eventi di questo genere, essendo più distribuita e separata. Il fatto che ci sia una netta divisione tra la parte sud e la parte nord dell’Europa (e la separazione data dalle Alpi) fa sì che si produca nel continente una parcellizzazione climatica che aiuta ad improntare il disaster recovery sulla distribuzione geografica. La presenza delle Alpi rende infatti improbabile che un disastro di buone proporzioni si propaghi sia in Italia che nei paesi a nord o a ovest.

L: Aruba ha fatto notevoli investimenti negli ultimi anni che la rendono presente con infrastrutture in diverse zone territoriali di tutta Europa, ed è recente di una vostra ulteriore espansione in Francia, Regno Unito, Spagna e Germania, sfruttando anche l’importante partnership con una grande compagnia come Equinix. La vostra rete e la vostra infrastruttura permette per i clienti di avere tutte le possibilità di approntare un’efficiente pratica di disaster recovery?

S: Hai detto bene, nel corso della sua storia Aruba ha fatto notevoli investimenti in infrastrutture, ed in termini di impiantistica tutti gli ultimi stabilimenti aggiunti alla nostra rete rispondono a standard di massima qualità, trattandosi di data center di livello tier4. Grazie a questi ingenti investimenti possiamo vantare ad oggi un network di data center, sia proprietari che di partner, che permette di effettuare ridondanza geografica nel migliore dei modi. All’interno dei nostri data center di ultima generazione adottiamo inoltre logiche di ridondanza nell’alimentazione e nel condizionamento dei server (illustrate nelle immagini sottostanti, ndr) che permettono di poter affrontare la business continuity con downtime di pochi minuti all’anno. E’ la politica che ha scelto l’azienda, quella di fare grandi investimenti e spostarsi sempre oltre nell’offerta di qualità e nell’approcciarsi ad un pubblico europeo.

Schema logico dell’impianto ridondato di alimentazione delle
unità di condizionamento.
L’impianto è dotato di dispositivi UPS in entrambe le linee di alimentazione.

L: Stefano, in un nostro precedente articolo abbiamo citato il fatto che all’arrivo di Sandy nella costa est degli USA molte infrastrutture informatiche si sono trovate impreparate di fronte all’alluvione, a causa della quale non hanno potuto attivare i generatori di backup. Il problema è che i loro container diesel e le pompe di trasmissione del carburante ai generatori erano a livello del suolo, se non addirittura sotterraneo. Come vi cautelate voi in caso di alluvione? Avete un design del data center a prova di acqua?

S: Sì, ho letto anch’io questa notizia sui problemi causati dall’alluvione, là poi bisognerebbe vedere in dettaglio cos’è successo perché spesso le notizie non chiarivano totalmente le vicende. Specifico comunque che i contenitori di carburante, e lo dice la normativa stessa, devono essere necessariamente posizionati a livello del suolo e non un piano più rialzato, per esigenze di sicurezza. Quello che probabilmente è andato storto in quel caso è che le pompe di drenaggio a la loro stessa impiantistica erano ad un livello raggiungibile dall’acqua, e questo non deve verificarsi, perché altrimenti ci possono essere guasti che impediscono di far arrivare il diesel al generatore. I data center di Aruba non hanno problemi in questo senso, gli ambienti interni sono concepiti per non far entrare acqua. Se si verifica un evento del genere la sequenza tipica di risoluzione è questa:

– Viene spento l’impianto elettrico collegato alla filiera elettrica pubblica, per evitare i danni da possibili blackout.

– Vengono attivati gli switch SPS che hanno il ruolo di portare voltaggio e amperaggio su livelli diversi rispetto a quelli dell’alimentazione pubblica, per preparare il terreno all’alimentazione di backup.

– Vengono accese in via temporanea delle batterie per pochi minuti, prima che si attivi il gruppo di continuità, dopodiché il data center può andare avanti anche per 48 ore con i generatori di backup, alimentati a diesel.

Ad Aruba abbiamo preso tutti questi provvedimenti, oltretutto nel design del data center questi impianti sono nettamente separati dalla sala dati.

Schema logico dell’impianto ridondato di alimentazione dei server.
L’impianto è dotato di dispositivi STS, in grado di spostare
l’alimentazione da una linea all’altra senza disservizio per il carico.

L: Altri esperti del settore affermano che la situazione del disaster recovery in Italia è negativa a causa dello scarso budget delle aziende e della scarsa cultura in IT di chi dovrebbe occuparsene, puoi darci una tua opinione in proposito?

S: Noi ovviamente abbiamo importanti soluzioni di business continuity per il nostro servizio, essendo fornitori di infrastrutture, riguardo ai nostri clienti possiamo dire che non ci occupiamo del loro disaster recovery, ma gli forniamo tutti gli strumenti necessari per pianificarlo al meglio. A seconda del proprio budget e delle proprie esigenze un’azienda deve chiedersi: “Qual è quel provider che mi può dare un’infrastruttura per un buon disaster recovery?“. Ovviamente su queste esigenze influisce quanto la parte IT dell’azienda sia importante nel business critico della stessa.

In ogni caso non ho un’opinione negativa del network italiano, anche se devo dire che allo stato attuale il panorama è piuttosto variegato, e la qualità varia di molto a seconda del tipo di aziende e delle dimensioni. Sulla pubblica amministrazione ad esempio posso dirti che nel 2010 si è arrivati ad una normativa che gli prescrive di dover pianificare un piano per la , quindi questo è un aspetto a cui si pensa già da un po’ di tempo nella PA, mentre nel settore privato è diversi anni che molti hanno un occhio di riguardo sulla questione.

L: il cloud computing può essere un ausilio per le pratiche di disaster recovery? Molti ne sconsigliano l’utilizzo in questo contesto.

S: Secondo me Sandy ha portato a galla il problema legato a quei provider che si fingono cloud, e nel momento in cui si è verificato il disastro non sono stati in grado di affrontarlo con tutti gli strumenti di replica necessari.

L: Probabilmente il loro servizio cloud poggiava su un unico data center, o addirittura su una porzione di data center…

S: Esattamente, o magari non facevano replica di dati in tempo reale. Quindi per quanto riguarda il vero cloud computing io credo che possa costituire un ulteriore strumento per pianificare un disaster recovery come si deve. La soluzione classica può essere quella di usare un servizio IaaS come infrastruttura alternativa ad un CED, e di preparare una replica degli apparati software su cloud. Per fare questo è importante capire anche dov’è il data center che fornisce il servizio. Io sono convinto per questo motivo che il cloud computing non abbia dimostrato assolutamente di essere impreparato all’uragano Sandy.

Pagine:


Источник: http://www.cloudtalk.it/disaster-recovery-lo-scenario-italiano-e-cio-che-offrono-i-provider/



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